venerdì 21 giugno 2013

Il crollo delle Borse ed il “metadone” dei soldi di Stato

Ecco un'ottima analisi....pragmatica ma allo stesso consapevole.
Anche se naturalmente a molti miei lettori il finale farà storcere il naso....;-)

Il crollo delle Borse e il “metadone” dei soldi di Stato
da L'Indipendenza
Cosa penso delle politiche di stimolo dell’economia basate sulla stampa di denaro in cantina stile falsari, penso l’abbiate capito.

Detto questo, i mercati stanno dando troppo peso e importanza alle parole di Ben Bernanke riguardo la fine del programma di stimolo QE. Per due motivi.
Primo, il capo della Fed ha messo sì degli orizzonti temporali, di fatto un altro anno o poco meno di dollari facili ma ha legato quella data al raggiungimento di una ripresa stabile e duratura, nella fattispecie fissando l’obiettivo del tasso di disoccupazione al 6,5%.
Quindi, le previsioni della Fed ritengono che entro la metà del prossimo anno si sarà raggiunto quel target, sintomo di ripresa vigorosa dell’economia.
Bene, date un’occhiata a questo grafico, ci mostra le vendite di macchinari della Caterpillar in Nord America: vi pare che conforti le previsioni della Fed?

Secondo, fino a quel momento non ci sarà “tapering”, si continuerà a stampare e a comprare bond per 85 miliardi di dollari al mese, salvo semmai ridurre a 60-65 dall’autunno.
E sapete perché? ...........................
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Perché in questo momento, Bernanke non può fare altro, oltretutto essendo stato esautorato di fatto da Obama, il quale ha chiaramente detto come il suo mandato alla Fed terminerà il prossimo anno, senza rinnovo.
Il programma di QE, infatti, ha pompato liquidità nei conti dei Primary Dealers, le banche compratrici di prima istanza di debito pubblico Usa, al tasso più veloce della storia, spingendo di converso alle stelle il prezzo dei titoli azionari negli ultimi quattro anni, visto che gli stessi Dealers con i soldi della Fed comprano equities come ci fossero i saldi da Harrods.

I ribassi patiti dalle Borse mondiali, Wall Street e Tokyo in testa, nelle ultime settimane prezzavano il rischio di una discontinuità nella politica a breve termine della Fed ma in fondo in fondo, tutti sanno che Bernanke non ha alternative.
E come poter pensare il contrario, stante il debito pubblico Usa a quota 16,5 triliardi di dollari?
Il presidente Obama, indebolito dallo scandalo delle intercettazioni di massa, sta usando il suo potere per mantenere i tassi al minimo, visto che un aumento del costo del servizio del debito devasterebbe del tutto la sua agenda.
E Bernanke, fino ad ora, ha spalleggiato senza remore la politica del governo, visto che parlando genericamente di possibile rallentamento del QE, ha sì calmierato il prezzo dei titoli (comunque ancora sopravvalutati di un 20-30%) ma lo ha fatto senza cambiare di una virgola la politica della Fed, che infatti continua a comprare.
E anche ieri, tassi tra 0 e 0,25% confermati.
Ha lanciato il sasso nello stagno per vedere che effetto faceva.

Durante il dibattito sul Fiscal Cliff sviluppatosi nel dicembre dello scorso anno, la gente percepì che le tasse sarebbero salite negli anni a venire, con la conseguenza di un’accelerazione del pagamento di dividendi e altro che sarebbe dovuto essere fatto quest’anno.
Mettendo a bilancio quegli introiti meggiori nel quarto trimestre del 2012, i pagamenti fiscali stimati per il 15 gennaio di quest’anno sono saliti e questo ha permesso di ridurre il volume del deficit del primo trimestre.
La missione primaria di Bernanke è monetizzare il debito creato dai budget federali che eccede le entrate, quindi come potrebbe oggi dire basta?
La Fed si è di fatto posta da sola con le spalle al muro, se rallenta troppo o peggio blocca, i costi per il servizio del debito si mangeranno la politica di Obama in un sol boccone.
I tassi di interessi saliranno a un livello che il governo non potrà gestire, visto che per ogni punto percentuale di crescita dei tassi, l’esborso annuale per il servizio del debito salirà di 80 miliardi di dollari: insomma, qualsiasi voce di spesa sarà spazzata via da quell’aumento.

Quindi, non fatevi troppo impressionare dai tonfi borsistici, si tratta di chiara over-reaction di un mercato talmente legato mani e piedi ai soldi di Stato da non saper più nemmeno leggere tra le righe. O, più semplicemente, i dati macro, i quali ci dicono che se Bernanke stoppa davvero senza prendersi il tempo necessario per far sgonfiare la bolla obbligazionaria, crolla tutto.

Certo, ieri il Vix è salito del 15% ed è ovvio che dovremo aspettarci settimane di volatilità sui mercati, almeno fino alle elezioni giapponesi del 22 luglio che decideranno se il kamikaze Abe e il suo partito prenderanno anche la Camera Alta del Parlamento, in modo da poter implementare ancora di più la politica espansiva.
Quello, più che i proclami ritriti e volutamente aperti a mille interpretazioni di Bernanke, potrebbe essere l’evento catalizzatore.

Nel frattempo, sarà il Bengodi della speculazione.
E qui mi preme dire qualcosa: speculare sui mercati non è l’attività brutta e cattiva che qualcuno vorrebbe alla base di tutte le crisi finanziarie, visto che è sempre esistita.
Il primo speculatore della storia, come ci dice Aristotele ne “La politica”, fu Talete, il quale intuì l’abbondanza del raccolto di olive e si accaparrò in inverno tutti i frantoi di Mileto e Chio.
Speculare deriva da specula (vedetta) e specere (scrutare) e significa di fatto guardare più lontano degli altri. E vedere prima. E’ una colpa?

La speculazione, sono certo, avrà un ruolo di antibiotico anche questa volta, visto che non si attaccano soggetti sani ma quelli malati per speculare: e non è colpa degli hedge fund se le banche truccano i bilanci e si riempioni di titoli di Stato di Paesi di fatto falliti.
Porta solo a galla il problema, lo rende visibile.
E, magari, se il male non è troppo esteso, aiutare anche a trovare la cura.
Ma quella reale, non il metadone dei soldi di Stato che – quelli sì – generano le crisi.
Da dove nasce il gran casino subprime?
Dalle politiche buoniste di accesso al credito per cani e porci di Bill Clinton, con le banche costrette – e ribadisco, costrette per legge – dallo Stato a garantire mutui al 100% su abitazioni da 100mila dollari a gente che aveva un reddito di 500 dollari al mese: per coprirsi, si sono inventate le cartolarizzazioni, per scaricare su altri i rischi eccessivi che la politica imponeva loro.
Scorrette?
Sicuramente lo sono state in molte pratiche di vendita, poco trasparenti, spaleggiate da agenzie di rating inette e colluse, tutto vero.
Ma alla base dei guai non c’è quasi mai il libero mercato, bensì quasi sempre lo Stato: spesso, ciò che si chiama con disprezzo speculazione, è solo autodifesa. ....
Perché mai un businessman non dovrebbe sfruttare le scelte sbagliate degli Stati per fare soldi speculando sui futures, viviamo forse in un mondo di dame di San Francesco?
Se i soldi non piacessero a tutti, non esisterebbero i prodotti ad alto rischio.
Domanda e offerta: l’unico driver è l’avidità, la quale ci sarà sempre.
Se usciremo da questo delirio, sarà per il free market.
Non certo per i governi nazionali o sovranazionali.
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